Ieri sì è votato a Pomigliano d’Arco e si è trattato di una delle più importanti prove di democrazia industriale degli ultimi anni. I risultati del referendum però sono diversi dalle previsioni di molti e dalle aspettative di altri. Dei quasi 5.000 lavoratori che sono impegnati nello stabilimento campano infatti 1.673 hanno votato per il no e non sono pochi. Sono un po’ di più di quelli che si avvalgono dei permessi quando ci sono le elezioni e rappresentano il 37% della forza lavoro dello stabilimento e praticamente il doppio degli iscritti alla Fiom. Che però ha ben poco da festeggiare.
Anzitutto perché il vero rischio è che, proprio a causa del risultato del referendum, la Fiat decida di mantenere la produzione della Panda in Polonia e che, anche Pomigliano, sia colpita da quella desertificazione industriale che già minaccia diverse zone del sud del Paese.
In secondo luogo perché, se è indubbio che il fronte del no ha conseguito un successo altrettanto indubbio è che ieri hanno vinto i sì. Due lavoratori su tre sono pronti ad accettare un accordo che, per garantire la produttività dello stabilimento, li costringe a rinunciare ad alcuni dei diritti previsti dal contratto collettivo nazionale.

L’accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto lo scorso 22 gennaio segna un decisivo spartiacque nella storia delle relazioni sindacali, per tanti motivi. Perché pone le premesse per far decollare la contrattazione collettiva di secondo livello e collegare le retribuzioni al merito e alla produttività; perché introduce maggiori certezze in ordine alla tempestività dei rinnovi contrattuali; perché mira a ridurre il numero dei contratti collettivi nazionali; perché cerca di porre fine agli scioperi dei sindacati minoritari che paralizzano i servizi pubblici locali. Ma soprattutto perché, con esso, il Governo chiama i sindacati a nuove ed importanti responsabilità, anzitutto nella definizione delle regole della democrazia sindacale.

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