Ai ragazzi di Itaka e a tutti quelli che approdano sull’isola online, il mio benvenuto. Spero che gli articoli suscitino i vostri commenti, i suggerimenti nella pagina università il vostro interesse e i video e le foto nella pagina di Itaka un pizzico di nostalgia per quello che abbiamo fatto. Ma anche entusiasmo per quello che faremo con itakapress e con il prossimo workshop intergenerazionale. Raccomando a tutti la visione di Gomorra di Matteo Garrone.
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Itaka cresce. Ora tocca agli Itakesi.
Internet ripropone la più antica e affascinante sfida che esista per gli uomini di pensiero: la necessità vitale di non rimanere delle isole, individui chiusi nei propri microcosmi, ottusi all’altro e al diverso. Internet è, innanzitutto, interazione: il blog esiste perché esista il confronto delle idee. E allora invito tutti a crearsi un proprio spazio, a fondare un proprio credo intellettuale, ma, al tempo stesso, a riunirsi tra le navate di quest’unica ed ecumenica “Cattedrale dell’opinione” che è Itaka. In attesa che Itakapress.org sia pienamente in funzione, non c’è modo migliore di stuzzicare i nostri neuroni che commentare i fatti più importanti dell’attualità vista attraverso la lente d’ingrandimento di chi ha reso possibile la nostra navigazione, anche nel web.
Un saluto agli Itakesi.
Un ringraziamento al Professore per l’occasione offerta a tutti noi.
Emanuele
emanuele ha centrato il punto
itakapress deve essere una rete delle reti o meglio di tutti i vostri siti personali
a voi la sfida del digital divide
io ci sto provando, spero di poter contare sul vostro aiuto
Il Prof. è abituato alle mie abbinate scrittura-musica…non mi smentisco neanche ora.L’immagine del blog e, ovviamente, itaka, mi hanno reso l’accostamento più facile. Una canzone, scoperta pochi giorni fa, che starebbe proprio bene vicino alla poesia di Kavafis: “Odysseus”, di Francesco Guccini, dall’ultimo album Ritratti. A mio giudizio una perla. consiglio a tutti la lettura del testo e l’ascolto.
ODYSSEUS
Bisogni che lo affermi fortemente
che, certo, non appartenevo al mare
anche se Dei d’Olimpo e umana gente mi sospinsero un giorno a navigare e se guardavo l’isola petrosa, ulivi,armenti sopra ogni collina c’era il mio cuore al sommo d’ogni cosa, c’era l’anima mia ch’è contadina. Un’isola d’aratro e di frumento senza le vele, senza pescatori il sudore e la terra erano argento, il vino e l’olio i miei ori.
Ma se tu guardi un monte che hai di faccia
senti che ti sospinge a un altro monte,
un’isola col mare che l’abbraccia
ti chiama a un’altra isola di fronte
e diedi un volto a quelle mie chimere
le navi costruii di forma ardita,
concavi navi dalle vele nere
e nel mare cambiò quella mia vita,
ma il mare trascurato mi travolse:sentii che il mio futuro era sul mare con un dubbio però che non si sciolse
senza futuro era il mio navigare
Ma nel futuro trame di passato
si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l’acqua e al gusto del salato
brucia la mente
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito
a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito
sempre più in fondo.
E andare in giorni bianchi come arsura,
soffio di vento e forza delle braccia,
mano al timone e sguardo nella pura
schiuma che lascia effimera una traccia;
andare nella notte che ti avvolge,,
scrutando delle stelle il tremolare
in alto l’Orsa è un segno che ti volge
diritta verso il nord della Polare.
E andare come spinto dal destino
verso una guerra, verso l’avventura
e tornare contro ogni vaticino
contro gli Dei e contro la paura.
E andare verso isole incantate,
verso altri amori, verso forze arcane,
compagni persi e navi naufragate;
per mesi, anni, o soltanto settimane?
La memoria confonde e dà l’oblio,
chi era Nausicaa, e dove le sirene?
Circe e Calypso perse nel brusio
di voci che non so legare assieme.
Mi sfuggono il timone, vela, remo,
la frattura fra inizio ed il finire,
l’urlo dell’accecato Polifemo
ed il mio navigare per fuggire.
E fuggendo si muore e la mia morte
sento vicina quando tutto tace
sul mare, e maledico la mia sorte
non trovo pace
forse perché sono rimasto solo,
ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali al folle volo
oltre l’umano.
La via del mare segna false rotte,
ingannevole in mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella notte
perenne di chi un giorno mi ha cantato
donandomi però un’eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti sconosciuti prima.
Marta