Un ritorno al passato: la crisi economica e i limiti all’autonomia delle casse previdenziali

Articolo pubblicato su Providence del 3 ottobre 2011

providence.JPGLa recente manovra anticrisi sancisce, per molti aspetti, un vero e proprio ritorno al passato in ordine alla tanto conclamata autonomia delle Casse previdenziali istituite con d. lgs. n. 103 del 1996, portando a compimento un processo che, a ben vedere, ha già avuto diverse tappe.

Costola delle Casse previdenziali di cui al d. lgs. n. 504 del 1994, esse sono sorte, a seguito delle manovre di risanamento imposte dalla Ue nei primi anni ’90, a partire dal riconoscimento della loro matrice privatistica, alla quale facevano da corollario l’esclusione da finanziamenti pubblici diretti o indiretti ed il parallelo riconoscimento di una autonomia gestionale, organizzativa e contabile.

Ora, quella autonomia, connaturata a soggetti espressamente riconosciuti come dotati di personalità giuridica di diritto privato, è rimasta pressoché illesa per quasi un decennio.  Fin quando nel 2005, sempre per far fronte al necessario risanamento delle finanze statali, l’ISTAT, a ciò abilitato dalla legge finanziaria dell’epoca, ha incluso le Casse privatizzate tra gli enti pubblici soggetti ad un tetto massimo di spesa, così ingessando la loro propensione all’investimento e per questa via la loro capacità di ottenere migliori rendimenti per i loro iscritti.

Come è poi divenuto evidente quando, a distanza di alcuni anni da quella prima virata pubblicistica, la manovra finanziaria del 2010 facendo nuovamente leva sul cd. “elenco Istat” ha subordinato al vaglio ministeriale la validità delle operazioni di acquisto e vendita di immobili da parte degli enti pubblici e privati che gestiscono forme obbligatorie di assistenza e previdenza, nonché le operazioni di utilizzo degli introiti da parte degli stessi enti.

In questo già preoccupante contesto di progressiva ingerenza statuale, la manovra estiva ha poi compiuto un ulteriore passo in avanti per limitare quell’autonomia che, in linea di principio, dovrebbe invece costituire un postulato della Casse 103.

Anzitutto è stata espressamente ribadita l’operatività della disposizione che subordina al vaglio ministeriale l’acquisto e la vendita di immobili e l’utilizzo degli introiti.

In secondo luogo, è stata prevista la possibilità che il Ministero dell’Economia, in presenza di uno scostamento rilevante dagli obiettivi indicati per l’anno considerato dal Documento di economia e finanza, disponga la riduzione delle spese di funzionamento delle Casse.

Ed ancora, con una delle disposizioni maggiormente controverse, è stata attribuita alla Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (COVIP), organo istituito nell’ambito della previdenza complementare, una funzione di controllo sugli investimenti delle risorse finanziarie e sulla composizione del patrimonio delle Casse che, per quanto di derivazione privatistica, operano pur sempre nell’ambito della previdenza obbligatoria.

È stato inoltre sancito il blocco delle assunzioni dei dipendenti delle Casse fino al 2014, nell’ottica di una curiosa equiparazione ai dipendenti pubblici di lavoratori privati a tutti gli effetti; è stato imposto l’inserimento, all’interno degli statuti e dei regolamenti delle Casse, dell’obbligo di iscrizione e di contribuzione a carico dei soggetti già pensionati che abbiano percepito un reddito derivante dallo svolgimento di un’attività professionale; infine, è stata estesa la disposizione del codice degli appalti in materia di copertura dei costi dei lavori pubblici.

In linea generale, il preoccupante leit-motiv dell’intervento normativo è il progressivo svuotamento di autonomia delle Casse 103 e la loro contestuale attrazione nell’orbita pubblicistica, in una pericolosa deriva in cui le stesse Casse subiscono, ad un tempo, il severo potenziamento del controllo statuale e la permanente esclusione dai finanziamenti pubblici.

In questo contesto, si impone dunque una riflessione. se veramente, come sembra, le Casse sono destinate a diventare enti pubblici a tutti gli effetti, esse dovrebbero quantomeno beneficiare dei vantaggi legati ad un tale status e partecipare della redistribuzione delle risorse finanziarie del bilancio statale; se viceversa, come ritentiamo, la natura delle Casse debba continuare ad essere quella originariamente riconosciuta dal legislatore, e cioè quella di soggetti privati con funzione pubblicistica, la tendenza espressa dai recenti interventi legislativi dovrà essere necessariamente ripensata.


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