Un sistema ammalato di egoismo generazionale

patto generazionale

Di seguito l’articolo pubblicato sulla rivista Aspenia n. 40 del 2008

Viviamo in un sistema ammalato di egoismo generazionale. Nel quale i privilegi dei padri vengono pagati con il futuro dei figli, sul quale grava il terzo debito pubblico del mondo. Un egoismo che ha origini antiche e si rinnova di continuo, come ha dimostrato il Protocollo sottoscritto dal Governo e dai sindacati lo scorso anno. Un protocollo che non può essere condiviso per tante ragioni, ma soprattutto perché ha ammorbidito il famigerato scalone, per mandare in pensione due anni prima circa 150.000 lavoratori che non volevano aspettare di compiere 60 anni.Si tratta, infatti, di una scelta antistorica, egoista ed ingiusta. E’ egoista, perché manda in pensione i padri a 58 anni, mentre i figli dovranno aspettare i 70 anni. E’ antistorica, perchè in Germania, in Inghilterra e in gran parte dell’Europa si andrà ben presto in pensione a 65 anni o, come in Francia ha annunciato Sarkozy, con almeno 40 anni di contributi. E’ ingiusta perché, per finanziare l’abolizione dello scalone, aumenta i contributi a carico dei co. co. pro., sottraendo dal loro fondo previdenziale ben 3,6 miliardi € destinati a pagare le pensioni di migliaia di 58enni, pronti a svolgere lavoro nero. Ma le colpe non sono solo di questo governo e di questi sindacati. Le colpe sono di un’intera generazione che prima ha preteso diritti che non si poteva permettere e poi ne ha scaricato il costo sui figli. Perché, come insegnano Holmes e Sunstein, i diritti, tutti i diritti, anche quelli di libertà, hanno un costo e quel costo qualcuno, prima o poi, lo deve pagare. E se non lo fanno i padri allora tocca ai figli, come dimostrano le riforme degli ultimi decenni. Agli inizi e fino alla fine degli anni ’60, le riforme erano buone e belle o meglio giuste perché servivano a riconoscere a tutti i diritti che la costituzione prometteva ed erano finanziate con il prelievo fiscale. Operazione che in quel momento di sviluppo economico non creava particolari problemi, perchè il Pil cresceva e con esso il gettito fiscale. I problemi sono cominciati negli anni ’70, quando, con la contestazione sociale e la crisi energetica, è cominciata la stagnazione economica. Perché per finanziare le leggi previdenziali, quelle sull’equo canone, sulle Regioni, sul sistema sanitario nazionale e tante altre, sono aumentate le tasse che a loro volta hanno ulteriormente compresso l’economia. Ha così preso il via un perverso circolo vizioso che ben presto ha portato la pressione fiscale come l’inflazione a livelli intollerabili. Ma poiché l’appetito vien mangiando, i nostri padri, cattolici o comunisti che fossero, hanno continuato a concedersi diritti. E, per finanziarli, hanno deciso di seguire la peggiore interpretazione della teoria keynesiana, quella che consiglia di finanziare le riforme con il debito pubblico, scaricando così il costo dei diritti dei padri sulle nuove generazioni (quello che i tecnici chiamano il modello della “ripartizione”). Così, dato che il lupo perde il pelo ma non il vizio, si è andati avanti nel corso degli anni ’80, con i baby pensionati (con solo 19 anni di contributi versati alle spalle e 40 di prestazioni pensionistiche davanti) e le clausole oro.Finché il debito pubblico non è diventato il terzo del mondo e non è arrivata l”Unione Europea che, per fortuna, ha posto fine a questa spirale perversa imponendo, con i famigerati parametri di Maastricht, la riduzione del debito e quindi la riduzione dei diritti. Così il gioco è diventato un gioco a somma zero, anzi a somma negativa perché il paese era ormai drammaticamente indebitato. Un gioco tragico nel quale se si vuole riconoscere un diritto a qualcuno è necessario toglierlo a qualcun altro. Così le tasse sono tornate ad aumentare, le retribuzioni si sono fermate, salvo quelle del pubblico impiego, e si è cominciato parlare di riduzione dei diritti. Il problema è stato che la politica, di fronte ad un compito tanto difficile, ha ben presto perso il coraggio di decidere. L’Italia, che nel frattempo cominciava ad invecchiare, è diventata il paese dei veto players. Quello nel quale tutti sono abbastanza bravi per impedire agli altri di fare qualche cosa ma nessuno è sufficientemente bravo da fare qualche cosa nonostante tutti gli altri. Così, poiché la politica aveva perso il coraggio di decidere o non riusciva a superare i veti incrociati delle organizzazioni di interessi e dei sindacati, è tornata di moda la concertazione. Ogni governo della Seconda Repubblica, anche quello Berlusconi, ha avuto la sua concertazione. Che è un metodo, paralegale, di creazione del consenso attorno a determinati provvedimenti di politica economica. Si tratta di una trattativa che si svolge in stanze chiuse, tra il governo e alcune parti sociali ma ha ad oggetto i diritti di tutti, anche quelli dei giovani che però non sono mai stati fatti sedere al tavolo. Così quando si è trattato di ridurre i diritti, l’unico comun denominatore che ha cementato le diverse organizzazioni di interessi è stato l’egoismo generazionale. I padri invece di ridurre i diritti di tutti hanno preferito ridurre solamente quelli dei figli. Come, appunto, dimostra la legge Dini, vero e proprio scandalo generazionale. Da un lato ha cominciato a prelevare contributi ai parasubordinati per finanziare le pensioni dei subordinati (ad oggi si calcola che dalla gestione separata dei co.co.co. siano stati trasferiti 33 miliardi di € ai fondi dei subordinati). Dall’altro, ha introdotto uno scalone ben più inaccettabile di quello di oggi. Mentre manteneva il vecchio sistema retributivo (che manda in pensione con l’80% dell’ultima retribuzione) per i lavoratori che, al 1 gennaio 1996, già avevano maturato 18 anni di anzianità, ha condannato quelli che non avevano raggiunto la soglia al ben più povero sistema misto retributivo – contributivo (che assegnerà pensioni via via decrescenti). Per destinare quelli che, al 1 gennaio 1996, ancora non avevano un lavoro al sistema contributivo puro che, se tutto va bene, darà diritto al 50 % dell’ultima retribuzione. Considerazioni simili valgono anche per le riforme del mercato del lavoro che dovevano servire a introdurre nel sistema la flessibilità necessaria a contrastare la concorrenza dei paesi in via di sviluppo. E quindi per il pacchetto Treu, prima, e per la legge Biagi, poi, che, invece di rimodulare le tutele di tutti, hanno scaricato tutta la flessibilità richiesta dal mercato sui nuovi assunti. E così riducendo i diritti di alcuni per mantenere quelli degli altri, si è arrivati all’attuale sistema di welfare. Un welfare egoista e ingiusto che deve essere riformato nel segno dell’equità generazionale. Perché produce ingiustizie che sono diventate intollerabili. Nel mercato del lavoro protegge, con l’art. 18 e l’inamovibilità di Stato, i cinquantenni fannulloni e assenteisti mentre condanna i più giovani a barcamenarsi tra stage, contratti di inserimento, contratti a termine, co. co. pro., job sharing, job on call e tanti altri. Contratti di lavoro flessibile con retribuzioni ben più misere dei lavoratori con il posto fisso, che per la nostra generazione non esiste più. Contratti che non consentono di fare un mutuo e neanche di pagare un affitto, per andare a vivere da soli, finalmente indipendenti e lontani dalle famiglie di provenienza. Ma questo Welfare è anche scandaloso, perchè continua a versare la pensione ai falsi invalidi e ai baby pensionati che fanno lavoro nero, ma non trova risorse per finanziare una riforma degli ammortizzatori sociali degna di questo nome e men che mai quello statuto dei lavori voluto da Marco Biagi per sconfiggere la precarietà. Inoltre, il nostro welfare è ammalato di egualitarismo straccione. Tollera la discriminazione generazionale, ma fa fare carriera solo per anzianità e mai per merito, con il che distrugge gli ascensori sociali e le speranze di una via migliore. In Italia chi nasce povero ha solo il 6% di possibilità di migliorare la propria condizione sociale. Oltre ad essere egoista, ingiusto e scandaloso, il welfare nostrano è anche intasato. Ci sono 3.500.000 di pubblici dipendenti, ma non c’è posto fisso per i giovani, visto che da dieci anni c’è il blocco delle assunzioni. E poi è gerontokratico, perché di quei 3.500.000 di dipendenti pubblici solo l’8% ha meno di 35 anni. Per non parlare dell’età dei nostri politici o dei professori universitari. E stupido, ci sono migliaia di corsi di laurea che producono disoccupati, ma non si trovano le risorse per finanziare i dottorati. E maschilista, perchè, anche se non ci sono risorse per i figli, continua a mandare in pensione le donne prima degli uomini. Anche se loro vivono in media fino a 84 anni mentre noi uomini moriamo in media quattro anni prima. Insomma, un welfare che va riformato in nome dell’equità generazionale, perché i figli non possono pagare la bella vita dei padri con il loro futuro. Ma perché si cominci a fare riforme generazionalmente compatibili è necessario che i giovani smettano di lamentarsi e comincino a riflettere sulle loro colpe. E soprattutto sulla loro ignavia. Il welfare nazionale è potuto diventare tanto egoista anche perché i giovani guardavano da un’altra parte, si disinteressavano della politica. Come dimostra la sessantottina epopea dei padri. Loro hanno avuto tanto anche perché hanno trovato il coraggio di impegnarsi, noi rischiamo di perdere tutto perché ci siamo addormentati davanti alla televisione. Per questo è indispensabile che le nuove generazioni tornino alla politica. Non foss’altro che, come ricordava Tayllerand, “se non vi occupate della politica sarà la politica ad occuparsi di Voi”. Anche perché come insegna la tragedia greca e ci ricordano le lettere luterane di Pier Paolo Pasolini, spesso “le colpe dei padri ricadono sui figli”, specialmente se ereditano un sistema economico malato, indebitato e a crescita zero. E questo è ancor più vero in un mondo che corre e cresce alla velocità della luce.

English version:

Commenti


  • “First of all” voglio complimentarmi con lei, professore, per la bellezza dell’articolo, stupendo, credo che il giorno in cui l’ha pensato e l’ha scritto di notte al computer, e poi l’ha stampato su carta, convinto e deciso dei suoi contenuti, e poi l’ha mandato via e-mail alla redazione della rivista per la pubblicazione…beh quel giorno lei doveva essere alquanto “incazzato”. Eh si, perchè se è vero che quando è di buon umore le piace scendere su un campo di pallacanestro, quando non lo è, le piace scrivere, scrivere di “egoismo generazionale” ad esempio.
    E in questo caso specifico ci è riuscito alla grande. Ha descritto benissimo la situazione che stiamo vivendo, con citazioni più che azzeccate: “le colpe dei padri ricadono sui figli”. Lei e’ appassionato di politica da vent’anni, è giovane ed è un professore universitario, uno dei pochi classe 74, forse l’unico che cerca di stimolare le menti dei suoi studenti consigliando letture come “Lezioni americane” e coinvolgendo questi in attività interessanti e costruttive.
    Il giornalista e presentatore televisivo Giovanni Floris durante il secondo workshop intergenerazionale tenutosi nella Università LUISS Guido Carli in Roma questo inverno ha detto: “una Società di vecchi pensa ai vecchi, non pensa ai giovani…”. Purtroppo ha ragione. Per quasto è necessario allenare le menti dei giovani e spronarle per realizzare un necessario ricambio generazionale in politica e non solo, visti i numeri, le cifre e le percentuali che lei ci ha “felicemente” fatto notare durante queste poche ma intense righe di articolo.
    L’Italia intesa come “le Istituzioni” non è ancora pronta ad investire sulle teste, sulle giovani teste, ma l’Italia intesa come “il Futuro” e quindi i giovani, si.
    Potrei continuare ad analizzare ogni singolo punto del suo articolo, perchè mi sono davvero appassionato al tema e perchè ce ne sarebbero di cosa da dire, ma così mi dilungherei troppo risultando poco leggero ed esatto, e non voglio. Spero di aver ben sintetizzato il mio punto di vista, che è molto vicino al suo, così vicino che se le mie idee fossero uno Stato saremmo confinanti, come l’Italia e la Francia, se fossero un mare saremmo l’Adriatico e lo Ionio, se fossero un’isola le mie e le sue idee sarebbero la Sardegna e la Corsica, se fossero un’abitazione, noi due saremmo vicini di casa. Non necessariamente devo confermare o seguire le sue idee, ma in questo caso lo faccio perchè le sento molto vicine alle mie. Con questo concludo il mio intervento.
    A presto

    Daniele

  • Salve professore. Non posso che apprezzare ciò che ha brillantemente illustrato in questo articolo.
    Purtroppo tutto quello che dice è vero e non è certo una situazione che può risolversi in breve tempo. Gli errori di un ventennio di cattiva politica, non capace di prendere decisioni ma bravissima ad assecondare richieste eccessive di una generazione forse incantata da un mito rivoluzionario, sono stati scaricati su quanti, come me, in quegli anni non vedevano ancora la luce.
    La verità è che in nessun altro Paese come nel nostro esiste, nell’animo di troppi, un così basso sentimento di solidarietà, soprattutto tra le diverse generazioni e in cui tanti sentono il bisogno di pensare solo a riempire la “propria pancia”.
    Quello che più mi stupisce, però, è il fatto che in quegli anni non si badava minimamente ai risvolti negativi che quelle riforme avrebbero presentato di lì a poco. E allora mi chiedo come sia possibile che i nostri genitori non abbiano capito il danno che si stava creando. Non posso che darmi una risposta, magari azzardata, ma che certo mi aiuta a credere che non tutti erano così malati di egoismo.
    Forse anche allora, come oggi, c’era tanta disinformazione. Forse molti erano in buona fede quando le riforme regalavano tanto ad un costo basso, gravando, però, sul debito pubblico. Forse il mito rivoluzionario del ’68 incantava i giovani di allora convinti che pretendere di più era solo per il bene di tutti e imporsi al sistema era comunque giusto, a prescindere dai contenuti delle richieste. E forse molti di noi giovani, se avessero vissuto in quegli anni, avrebbero osato lo stesso.
    Però, in questo breve commento, vorrei dare alcuni consigli alla mia generazione. E’ vero che i problemi da risolvere sono tanti, forse troppi, e che verrebbe il desiderio di buttarsi tutto alle spalle e pensare solo a divertirsi, per quanto sia possibile. Troppo spesso, infatti, sento miei coetanei arrabbiarsi alla sola idea di affrontare un discorso di politica. Ma è importante, anzi fondamentale, informarsi su ciò che è accaduto e sta accadendo alla vita politica del nostro Paese. E’ impensabile poter credere che qualcuno sia delegato a conoscere di queste cose, per cui competa solo a quel qualcuno affrontare e risolvere quei problemi, mentre si sta comodamente a vedere una “televisione demenziale”. Soprattutto se quel qualcuno appartiene alla generazione avanti alla nostra, troppo stanca e vecchia per affrontare una situazione lontana anni luce da quella che si presentava trent’anni fa.
    Grazie e spero di non aver diffuso troppa disperazione, anche se la realtà è ben oltre che disperata…..

  • a venti anni non si può e non di deve essere disperati piuttosto si deve avere il coraggio di impegnarsi per migliorare le cose, utilizzando forme nuove,

    per cui dopo aver condiviso l’analisi, cominciamo a pensare alle soluzioni

    buona notte
    il prof.

  • Gentile Professore,
    innanzi tutto sinceri e affettuosi complimenti per la creazione di questo nuova “società aperta” telematica, con l’augurio ( o meglio, conoscendoLa, con la certezza) che possa diventare un luogo di incontro intergenerazionale per l’esercizio delle passioni civili, che in questo Paese hanno così scarso corso a tal punto da correre il rischio di venire a mancare o indebolirsi con la conseguenza – come diceva Tocqueville – di un appiattimento su un presente che in genere è mediocre, della perdita dei legami sociali e dell’aggancio di progetto al futuro.
    Il Suo articolo non solo è condivisibile nell’analisi ed evidentemente nei dati forniti, ma soprattutto nella diapositiva della nostra società che ci consegna. Una società nella quale se capita di evocare i bisogni delle generazioni future, ci si sente apostrofare con la battuta di Woody Allen: “E perché dovrei curarmi dei posteri? Loro che cosa hanno fatto per me?”
    Come studenti universitari, come giovani, come cittadini, abbiamo bisogno di una “politica responsabile”. Una politica che abbia il coraggio di mettere le soluzioni dei problemi prima dell’esigenza di consenso. Se la politica volesse davvero allungare gli orizzonti delle proprie decisioni su temi che riguardano le generazioni future, dovrebbe cominciare, così come proposto dall’economista Nicola Rossi, a domandarsi che cosa sono stati i giovani in questi anni? Forse i titolari di un prestito agevolato e di una casa ad equo canone. I flessibili, se si era in maggioranza, ed i precari all’opposizione. Mai ciò che qualunque di noi giovani dovrebbe essere per la politica: i destinatari di un messaggio semplice: “Lavorate per sostituirci e fatelo dimostrando a voi stessi e agli altri che siete semplicemente migliori di noi”. Porsi il tema dei messaggi che la nostra attuale classe dirigente, politica ed economica manda, aiuta a capire se esistano le condizioni perché la formazione del ricambio generazionale e di una seria politica economica e sociale generazionale auspicati possano avvenire. Ora a partire, dalla politica, emerge “che il problema che oggi abbiamo davanti nella sua banalità espressiva, è che si sta affermando la prassi di produrre (e riprodurre) elite senza scuola e senza maestri. Semplicemente perché è arduo trovare che si occupi di te come un investimento da fare, quando è tanto più semplice chiedere fedeltà e riconoscere, per questa scorciatoia potenzialità di sviluppo e meriti da premiare”.
    Se ci soffermiamo a riflettere probabilmente comprenderemmo che non ci si può attendere nulla di più dell’attuale disarmante smarrimento in defatiganti dispute e della tremenda indifferenza al bisogno di prospettive e visioni dei giovani da parte dell’attuale classe dirigente, in cui la flessibilità morale, la fedeltà senza sbavature e l’incoerenza diventano nuove virtù.
    Ma è qui la scommessa autentica della rinascita dell’intero Paese, che passa attraverso la riscoperta del valore della responsabilità, quale stella polare dell’azione politica cosi come della cosiddetta società civile. E proprio sulla società civile, a partire da noi giovani, occorre parlarsi il linguaggio della verità. La politica rappresenta ed è in bene o in male lo specchio del nostro Paese. È inaccettabile, dunque, lo schema manicheo, così come proposto da alcuni, di una politica virtuosa e di un Paese corrotto o di una politica corrotta e di un Paese virtuoso. Del resto, in proposito, Lei professore sottolinea giustamente come sia necessario che i giovani smettano di lamentarsi e comincino a riflettere sulle loro colpe e sulla propria ignavia, per cominciare a fare riforme generazionalmente compatibili. E qui mi permetto di riproporre la mia riflessione non tanto sul difetto nostrano della mancanza di un ricambio generazione, quanto piuttosto sulle sue modalità operative. Quello che non succede mai è che io in quanto figlioccio abbia la possibilità di unirmi ad altri che hanno valori, ideali simili ai miei e che sono cresciuti con un’impostazione affine e che tutti insieme si possa cambiare le regole, perché il rapporto verticale è sempre più forte del rapporto orizzontale tra figliocci. I meccanismi di selezione gerarchica e di cooptazione funzionano per così dire a livello individuale, non consentendo mai che il figlioccio abbia la possibilità di unirsi ad altri che hanno valori, ideali simili ai miei e che sono cresciuti con un’impostazione affine e che tutti insieme possano cambiare le regole, perché il rapporto verticale è sempre più forte del rapporto orizzontale tra figliocci.

    Allora forse in questo Paese potrà superarsi l’attuale conflitto generazionale, quando innanzi tutto noi giovani non accetteremo più come ineludibili gli scorretti comportamenti della classe dirigente politica e rifuggiremo da atteggiamenti conniventi con il mantenimento dello status quo, come “la rincorsa a farsi riconoscere e benedire; la voglia straripante a togliersi dai margini per entrare nel gioco a qualsiasi prezzo”

    “Non essere rivoluzionario con la lingua e poi fiacco ed inerte nell’azione” si legge in un verso del Siracide nella Bibbia. E allora tutto ciò sarà possibile se troveremo – citando il Santo Padre Benedetto XVI – il coraggio di “andare controcorrente: non ascoltare le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere. Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie “alternative” indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda…”

    È un’impresa esaltante per l’Italia di domani che non potremo interpretare senza la guida di autentici “Maestri”.

    A Lei professore tutta la mia gratitudine per avermi e per averci insegnato “a non fare patti faustiani e a ridare dignità all’arte di stare al proprio posto, senza aspettare le solite chiamate”.

    “…Se fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta”.

    Davvero Grazie.
    Con Ammirazione
    Francesco

  • credo che la questione generazionale sia ancora aperta ….

  • Articolo pienamente condivisibile Michel – e ci mancherebbe altro.

    Per trovare le soluzioni ti incoraggiamo a prendere in esame il primo dei problemi che hanno i giovani italiani, che hai potuto toccare con mano anche tu qui:

    – i giovani italiani sono divisi, molto, troppo divisi. In particolare, ad essere divisi sono i giovani che hanno maggiori capacità di impegno e miglior talento e idee.

    La colpa è in parte loro, e in parte no. Certamente i “vecchi” li hanno spinti a sposare modelli filosofico-politici che hanno favorito questo tipo di divisioni, in modo da tenerli anche in discussione e lite tra loro ed evitare che potessero sviluppare di nuovo una vera e propria coscienza comune.
    Ma c’è anche da dire che a molti giovani discutere, scontrarsi, litigare con i propri coetanei piace. Sembra che debbano avere sempre qualcosa da dimostrare ad un mondo che – sia verità o solo fantasia – non li accetta cosi come sono.

    Cerchiamo Michel di affrontare prima questo punto, perchè senza delle fondamenta comuni, seppure con diverse idee e colori, non si potrà arrivare da nessuna parte a nostro parere.

    Come pensi tu si possa sviluppare una coscienza collettiva tra soggetti dotati di idee e visioni del mondo e della vita cosi diverse?

  • Facciamo un passo indietro, e ripercorriamo i dati dell’Istat.

    Nel 1960 la vita media di un uomo italiano era 67,2 anni, quella di una donna era 72,3. Dieci anni dopo, nel 1970, la vita media era aumentata di circa due anni: 69 anni per gli uomini, 74,9 per le donne. Altri dieci anni dopo (siamo a questo punto nel 1980) la vita media di un italiano era 71 anni, di un’italiana 77,8 anni. Nel 1990 le donne italiane sorpassavano la boa degli ottanta: l’età media per loro era 80,3 anni, mentre gli uomini si fermavano a 73,8. Col nuovo millennio gli uomini sono arrivati a 77 e le donne a 82,8. Gli ultimi dati disponibili, relativi al 2003, indicano una speranza di vita alla nascita pari a 77,2 anni per gli uomini e a 82,8 anni per le donne.

    Negli ultimi trent’anni, quindi, la vita media si è allungata di ben dieci anni. E nei prossimi vent’anni gli esperti prevedono che si allungherà di altri dieci anni.

    Eppure siamo ancora fermi lì: a regole anacronistiche che permettono alla gente di andare in pensione troppo presto, ancora nel pieno della capacità produttiva. A regole falsamente “pariopportunitarie”, che permettono alle donne di andare in pensione prima degli uomini – per “ripagarle” del carico maggiore che hanno dovuto sopportare mettendo al mondo figli e gestendo casa e famiglia. Quando invece le donne di oggi preferirebbero di gran lunga avere aiuti DURANTE la loro vita lavorativa (es. asili nido) e non il contentino di poter andare in pensione qualche anno prima.

    Siamo fermi a sindacati che, contro la logica e il buonsenso, strepitano ogni volta che si parla di ritoccare l’età pensionabile. La misura è colma.

    Tocca a noi farci sentire. Bravo il professor Martone che ha avuto il coraggio di affrontare questo tema spinoso.

    Eleonora
    http://repubblicadeglistagisti.blogspot.com/

  • Sembra anche a me che viviamo in un sistema ammalato di una sorta di egoismo generazionale. Anche se bisognerebbe parlare più correttamente di individualismo generazionale o se preferite generazionalista. È l’individualismo inguaribile e forse perfino ontologico di coloro che non riescono a vedere aldilà del proprio naso e delle proprie esigenze e che cercano disperatamente di dare un senso ai propri disagi e frustrazioni nell’ambito di un contesto de-socializzato. Orfani di vecchie categorie ideologiche e di vecchie solidarietà, cresciuti con i miti del consumismo e dell’edonismo cercano nuove categorie e solidarietà, ma stentano a trovarne di valide in una società ormai frammentata e individualizzata dove trionfano istituzioni e solidarietà pre-moderne (vassallaggi di tipo feudalistico, neocomunitarismi, tribalismi) prive di coerenza interna, incompatibili con la sovrastruttura ideologica dominante di stampo liberale, ed in continuo conflitto con le tensioni della globalizzazione. Questi individui tipicamente post-moderni trovano però vecchi maestri pronti a cogliere al balzo l’occasione per strumentalizzarne il disorientamento come arma per le proprie battaglie reazionarie.
    Ecco allora la dicotomia insiders-outsiders, estrapolata dal contesto della teoria economica e declinata in termini generazionali, assurgere a nuova modalità universalistica di analisi sociologica, sostituendo la scomoda e rivoluzionaria dicotomia lavoro-capitale e spostando il focus del conflitto sociale dalla dimensione verticale a quella orizzontale. La guerra tra poveri, insomma. I figli dei lavoratori malediranno i propri genitori perché hanno la pensione e l’art.18, mentre i figli della borghesia potranno continuare tranquillamente ad ereditare i privilegi dei loro padri che saranno invece lasciati indisturbati ad operare “per il bene comune”…
    Per quanto riguarda la questione dei diritti, non conosco le tesi di Holmes e Sunstein, ma non ho nessun motivo di dubitare che ai diritti possano essere addebitati dei costi. Questo non significa che siano negoziabili. La libertà e la dignità non hanno prezzo. C’è chi ha dato la vita per opporsi ad un potere tirannico. Ridurre tutto ad una questione di euro è meschino e sterile economicismo. Inoltre, anche accettando questo tipo di lettura, un po’ troppo “ragionieristica”, bisogna vedere chi paga realmente, per cosa e a vantaggio di chi. Oppure chi ci guadagna se un diritto viene negato, aldilà di facili generalizzazioni.
    Prendiamo il diritto di proprietà, ad esempio. Indovinate chi paga il costo del diritto di proprietà nelle imprese che impiegano personale precario (interinali, co.co.co., tempi determinati, partite IVA fasulle, lavoro nero, ecc.)? E viceversa dove finiscono i soldi derivanti dalla negazione dei diritti degli stessi lavoratori precari? In tasca ai lavoratori di altre imprese tutelati dall’art. 18? Sbagliato! La risposta è molto più semplice. In tasca ai titolari delle imprese che sfruttando la precarietà e la ricattabilità dei lavoratori realizzano extra-profitti da sogno e che non appena il sindacato mette il naso in azienda chiudono l’azienda e scappano col bottino.
    Ma questa è una vecchia lettura della società. Quella nuova stabilisce che se alcuni lavoratori sono sfruttati, la responsabilità è di quei lavoratori che invece sono tutelati. Come dire che se uno ti rapina sotto casa all’una di notte, la responsabilità non è del rapinatore, ma del tuo vicino di casa che è rientrato alle due. Se quel debosciato fosse rincasato prima il rapinatore se la sarebbe presa con lui. Questa si che è una visione post-moderna dei rapporti sociali…
    Cordiali saluti.
    Claudio Resentini

  • Una visione moderna e flessibile, non c’è che dire, l’ultima che leggiamo.

    Comunque, è corretto che ogni persona abbia la sua visione, giusta o sbagliata che sia.

    L’obiettivo che Michel sembra porci però è ambizioso: comprendere che qualcosa – o qualcuno – + in alto di noi, e + vecchi di noi, sta consumando le nostre vite, portando tutti a discutere per ideali che forse non esistono più.

    Allo stesso modo, cercare una sintesi con delle soluzioni finalmente vere, propositive, proattive, reali, e non i soliti piagnistei che si leggono in giro sarebbe la cosa migliore.

    Partendo sempre dalla realtà delle cose: le responsabilità sono sempre condivise, a parti rari e sporadici casi – concordiamo in questo con prime, o con Laura che si chiede a ragion veduta:

    “Il mio dubbio è questo: ci diamo abbastanza da fare per cercare il lavoro ideale, siamo veramente disposti a fare sacrifici, a competere con i nostri concorrenti o ci limitiamo ad aspettare che qualcuno, opportunamente munito di un contratto da dirigente apicale, ci venga a citofonare sotto casa?
    Nel quotidiano confronto con amici e colleghi ho la sensazione che se da un lato ci limitiamo a lamentarci, dall’altro non sappiamo più essere i migliori venditori di noi stessi.”

    Chi non riconosce di base questo, chi non capisce gli sfoghi delle migliaia di “laura” che ci sono in giro e che ciascuno di noi incontra, vede le cose solo da un punto di vista, seguendo una logica tanto cara nel passato che diceva che “io ho ragione, e tutti gli altri che la pensano in maniera differente da me hanno torto e vanno demonizzati” – e si sa che questo non potrà mai aiutare la creazione di una vera e propria coscienza comune.

    Ma questo è l’obiettivo a cui dobbiamo arrivare, la creazione di una coscienza comune positiva, propositiva e proattiva.

    Basta lamentele, questo è il tempo di creare.

  • l’articolo non propone di sostituire il conflitto tra capitale e lavoro con quello tra padri e figli, si limita a prendere atto dei nuovi problemi che, con i vecchi, affossano il nostro sistema e con esso il nostro futuro.
    (in altri termini non sono gli intellettuali che creano il conflitto tra padri e figli, ma le leggi come quella che finanzia l’ammorbidimento dello scalone con i contributi dei co.co.co.)

    il punto è che se è indubbio che la libertà e la dignità umana sono valori inalienabili resta il problema di come finanziarli nell’epoca globale

    visto che i cinesi, gli indiani e tanti altri aspirano al nostro stesso tenore di vita e piuttosto che perdere tempo in lamentele si ingegnano per conquistare mercati e rosicchiare parte del nostro tenore di vita,
    non vogliono l’articolo 18 ma il pane il latte e il petrolio, per sopravvivere dignitosamente
    chissà cosa accadrà quando vorranno le automobili, i frigoriferi e i condizionatori

    p.s. consiglio a claudio di dare un’occhiata alle statistiche riportate da eleonora….

  • Caro professore,

    rispetto all’età pensionabile, una delle soluzioni più convincenti che mi è capitato di sentire ormai qualche tempo fa è quella della “quota 100”.

    Non so se ne ha mai sentito parlare: in pratica, una formula universale da combinare come si vuole a seconda della propria età e dei propri anni di contributi. 60 anni e 40 anni di contributi, 65 anni e 35 anni di contributi… e via dicendo.

    A me sembra un’idea molto interessante, e aggiungo che

    a) la quota potrebbe essere diminuita a 90, o 95, per le categorie di lavori usuranti
    b) ogni dieci anni, la quota potrebbe essere rivista calcolando un aumento pari al 50% dell’aumento della vita media (La vita media è aumentata di due anni? La quota diventa 101).

    Mi interesserebbe sapere che ne pensa il professor Martone e che ne pensano tutti i lettori del blog!

    Eleonora
    http://repubblicadeglistagisti.blogspot.com/

  • Ecco, appunto, caro professore, il suo commento esemplifica bene quanto intendevo dire parlando di individualismo generazionalistico, di ristrettezza di vedute e di occultamento dei reali rapporti di potere.
    Ragioniamo con calma. Gli imprenditori italiani trovano il modo di far lavorare le persone senza assumerle abusando abnormemente di vari istituti, compresa la fattispecie del lavoro parasubordinato (co.co.co.). In sostanza le persone lavorano come fossero dei dipendenti, ma con lo status del lavoratore autonomo, senza garanzie di continuità, senza ferie, senza malattia, con contributi ridotti che finiscono in una gestione separata, ecc. Con il tempo, all’italiana, si apportano correttivi per assimilare tale categoria a quella dei lavoratori subordinati. Si aumentano i contributi e si estendono le tutele e si crea una mostruosità giuridica a due teste. E’ chiaro che tale mostruosità andrebbe abolita. I lavoratori (e guardi che non più sono solo giovani, ormai, ma anche ultraquarantenni con figli) andrebbero assunti e i loro contributi finalmente regolari dovrebbero contribuire, appunto, a finanziare il sistema previdenziale complessivo. Quest’ultimo è stato messo a dura prova nei decenni precedenti da diversi utilizzi impropri: ammortizzatori sociali (prepensionamenti, cassa integrazione, ecc.) che hanno risolto i problemi di esuberi di manodopera di molti imprenditori italiani, pensioni sociali che hanno sopperito al welfare sottosviluppato italiano che deve fare i conti con l’abnorme evasione fiscale, senza contare l’evasione contributiva dell’enorme area del lavoro nero, il clientelismo e il nepotismo nella pubblica amministrazione, ecc. Tutti soldi che dalle tasche dei lavoratori, sotto forma di contributi sono finiti di fatto a finanziare le crisi di un sistema capitalistico immaturo e inefficiente, spesso amorale e illecito. Una specie di Robin Hood al contrario che ha rubato ai poveri per dare ai ricchi e ai potenti.
    E’ chiaro che il povero co.co.co. (come il lavoratore in nero, il finto autonomo con parita IVA ecc.) non ha in genere alcuna colpa se finora non ha contribuito adeguatamente al sistema previdenziale, ma non si può certo pensare che continui a farlo e allo stesso modo non si può fare una colpa a chi invece ha sempre versato regolarmente i propri contributi e chiede delle prestazioni sociali.
    Le statistiche sull’età media non ci dicono nulla di nuovo. Il problema è caso mai cosa fare per trovare un lavoro agli ultracinquantenni espulsi dalle imprese, da una parte, e dall’altra come evitare che questa eventuale soluzione si tramuti in un boomerang per l’occupazione giovanile. Meglio un lavoratore anziano o un pensionato? Forse nessuno dei due. Le consiglio la visione del film “La fuga di Logan”: vi potrebbe trovare qualche consiglio per il suo blog “giovanilistico”. Lì, in una società futuribile, ad una certa età, con una suggestiva cerimonia le persone, venivano semplicemente eliminate finendo così di creare problemi ai giovani e dinamici abitanti della città.
    Cordiali saluti e congratulazioni per il suo nuovo incarico.
    Claudio Resentini
    Ps Guardi che è il pianeta che non può sostenere altri miliardi di automobili, frigoriferi, ecc. Il nostro sistema non è estendibile. Va ripensato radicalmente. Non ci sono alternative, pena l’estinzione della vita stessa sulla terra…

  • Non c’e’ dubbio che una societa’ che non rispetti i propri anziani sia una societa’ semplicemente indegna. Pero’ non stiamo parlando di anziani, ma di uomini e donne nel pieno delle proprie capacita’ fisiche e mentali. Dovrebbero accettare, anzi promuovere, la competizione con le nuove generazioni, e invece preferiscono tenerle a casa, mantenendole.
    Ma questo non conviene, e non solo ai giovani. Non conviene a nessuno.

  • come non essere d’accordo con nessuno,
    qui non si tratta di sopprimere gli anziani ma semplicemente di non dare la pensione a dei 57 enni che sono pronti a svolgere lavoro nero perchè sono nel pieno delle forze,

    tenete conto inoltre che solo la metà di quanti potevano si è avvalsa della facoltà di andare in pensione prima

    ultima considerazione, il problema dell’egoismo generazionale non dipende da singoli provvedimenti ma dal terzo debito pubblcio del mondo che tutti hanno concorso a creare

  • Un docente universitario sarà nel pieno delle sue forze a 57 anni, mentre a 34 anni era solo all’inizio di una brillante carriera, come lei ora.
    Un operaio metalmeccanico o un muratore che invece era nel pieno delle sue forze a 34 anni, dopo venti anni di lavoro, a 57 è già tanto se riesce ancora a lavorare.
    Qualcuno ci avrà anche lasciato la vita su qualche cantiere o qualche parte del proprio corpo su qualche macchina…

  • Sì ma se dagli anni Sessanta la vita media si è allungata di 10 anni, è accettabile che l’età pensionabile non sia stata mai adeguata a questo dato? Se la vita media oggi supera gli 80 anni per gli uomini e gli 83 per le donne, è pensabile che il sistema pensionistico italiano continui a dover pagare oltre vent’anni di pensione alla gente?
    No. E’ chiaro (l’ho scritto anche nel commento precedente) che vanno distinti i lavori usuranti da quelli non usuranti, e che a chi svolge i primi va concesso di andare in pensione qualche anno prima.
    E’ altrettanto chiaro che chi fa mestieri d’elite, come per esempio il professore universitario, il medico, l’avvocato, comincerà a guadagnare e pertanto a versare contributi ben più tardi di chi fa mestieri di fatica, per i quali non è richiesta formazione universitaria. E quindi nel computo età + anni di contributi avrà sempre un ritardo.
    Nessuno vuole ammazzare i vecchi per far posto ai giovani. Ma la gente spesso dimentica che, come scriveva Marco Biagi, nel 2001, nel suo “Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia – Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità”: «La struttura della spesa sociale italiana denota un’accentuata caratterizzazione pensionistica ed una bassa incidenza tanto dei trattamenti di disoccupazione quanto di quelli assistenziali a favore di soggetti in età lavorativa». Biagi puntava senza mezzi termini il dito sul sistema pensionistico italiano, voragine nel quale finiscono tutti i fondi altrimenti destinabili, appunto, agli ammortizzatori sociali, e indicava la priorità di «disporre anche in Italia di un nuovo assetto della regolazione e del sistema di incentivi e ammortizzatori, che concorra a realizzare un bilanciamento tra flessibilità e sicurezza».
    Finchè lo Stato italiano dovrà pagare alle persone la pensione per venti e più anni, non potrà investire nella flexisecurity e lascerà centinaia di migliaia di lavoratori nell’incertezza e nella precarietà più nera.

    Eleonora
    http://www.repubblicadeglistagisti.blogspot.com/

  • Forse quando in italia saremo pronti per la flexsecurity, negli altri paesi sarà già qualcosa di vecchio, e ci sarà invece qualcosa di nuovo.

    Un appunto: come detto spesso, in una ipotetica medaglia, quel che a volte si chiama incertezza, al suo rovescio a livello di chiave di lettura si chiama opportunitò, e via dicendo.

    Impariamo tutti a guardare il bicchiere sempre mezzo pieno, è l’unica vera strada per aiutare la creazione di una coscienza comune, di cui parla anche flessibili e precari, che permetta poi lo svilupparsi di progetti nuovi davvero.

  • Ottimo articolo ed ottimi, come sempre, i contributi di
    Eleonora.
    La soluzione “quota 100” è ottima, come ottima è la postilla che dice che tale quota va rivista.
    Nel mio piccolo la società ideale si deve fondare su 3 principi:
    Efficienza, Sostenibilità ed Amore.
    Efficienza perché non ci devono essere sprechi, di nessun tipo. E un discorso ampio che affronterò altrove.
    Sostenibilità perché qualunque azione deve poter essere perpetuata indefinitiamente nel tempo. Per questo bisogna cercare fonti rinnovabili di energia, bisogna attuare decrescite felici del PIL, bisogna affiancare ad ogni legge una postilla che ne stabilisce i termini di rinnovo. In particolare ogni legge che fissa dei parametri (in termini informatici “hardcoda” delle costanti) deve contenere la formula per rivalutare le costanti o stabilire ogni quanto, inderogabilmente, ridiscutere tali costanti.
    Amore perché bisogna essere contro le guerre, contro la pena di morte, tolleranti verso i più deboli, solidali, socialmente vivi.

    In quest’ottica mi piace la proposta di Eleonora

  • Guarda, Eleonora, che le cose stanno in maniera esattamente opposta a come le descrivi tu. Perchè se è vero che la spesa sociale italiana è assolutamente sbilanciata sulla previdenza è perchè il sistema previdenziale italiano, pur con tutte le ben note deviazioni clientelari, si intende, ed in modo senza dubbio inadeguato e improprio, ha svolto e continua a svolgere il ruolo di tappabuchi (altro che voragine!) del sistema assistenziale sottosviluppato italiano e ovviamente di un mercato del lavoro asfittico. Ti cito anch’io un autore autorevole (scusa il bisticcio di parole): “L’assenza di un sistema nazionale di sostegno al reddito ha generato in passato, in diversi paesi europei (e in Italia in particolare), un fenomeno di snaturamento delle funzioni proprie della previdenza, sulle cui spalle sono state scaricate funzioni di tipo assistenziale.” (Massimo Paci “Nuovi lavori, nuovo welfare”, ed. Il Mulino 2005, p.192).
    Bisognerebbe caso mai liberare il sistema previdenziale da questo peso improprio rimettendolo sulle spalle della fiscalità generale. In parole povere, è con le tasse e non con i contributi che si devono finanziare le misure di sostegno del reddito di tipo universalistico.
    Cordiali saluti.
    Claudio Resentini

  • Luoghi comuni.

    Caro Signor Resentini.
    Non condivido assolutamente la sua affermazione sull’età,
    come elemento per giudicare il livello di competenza
    acquisita da un professionista.
    Questi luoghi comuni, ingessano da sempre le Aziende, gli Enti locali per non parlare dell’Università.

  • A prescindere dai luoghi comuni – reali – di Claudio.

    Ci piacerebbe veicolare un concetto fondamentale di base:

    Impariamo tutti a guardare il bicchiere sempre mezzo pieno, è l’unica vera strada per aiutare la creazione di una coscienza comune, di cui parla anche flessibili e precari, che permetta poi lo svilupparsi di progetti nuovi davvero.

    Positività, creatività, idee, proposte, che tendano però tutte a creare, non a cambiare o modificare. Su quello già ne abbiamo viste tante e siamo un po saturi probabilmente di idee nuove.

  • Cara signora Farinelli, forse intendeva riferirsi a qualcun altro quando affermava di non condividere assolutamente una mia presunta affermazione sull’età “come elemento per giudicare il livello di competenza acquisita da un professionista”. Io non ho mai parlato di questa tematica in questo blog.
    Cordiali saluti.
    Claudio Resentini

  • 2 storielle per l’estate a proposito di padri e figli:

    Il giovane Bossi viene bocciato alla maturità e suo padre, invece di incazzarsi dato che non è la prima volta, lo difende a spada tratta, sostenendo che il prof. che l’ha interrogato era del sud. Questi padri nostrani insensibili alla verità e alle figure di merda…

    Ma a sud i rapporti padri-figli si fanno ancora più esilaranti.
    Il giovane Gaddafi e sua moglie, una specie di “modella” ma sembra un puttanone, picchiano una cameriera in Svizzera. Lui ha già precedenti violenti e gli Svizzeri, perchè non dovrebbero?, l’arrestano. Apriti cielo, Gaddafi senior s’incazza, la Libia blocca le forniture di petrolio alla Svizzera. Gli elvetici fanno i duri ma pare che si tratti del 50% dei loro rifornimenti nazionali…

    I lati comici delle raccomandazioni familiari… Un in bocca al lupo agli svizzeri.

  • a parte il vocabolario, credo che nessuno abbia posto l’accento su un punto fondamentale,

    i padri protegono i figli da altre autorità e così creano bamboccioni che non riescono ad affrontare il mondo,

    sinceramente, se fossi il figlio di bossi mi vergognerei
    per quello di gheddafi non ci sono parole….

  • Non fa una piega Michel, Nessuno dice la verità che portiamo tutti dentro.

    Ci dai una tua Vision della novità di ieri/oggi in materia di lavoro flessibile?

    In particolare, oltre a questo ci interessava porre un quesito per alimentare il dibattito e partecipare attivamente alla creazione di quella coscienza comune tra menti ad ora molto separate, che si lega direttamente con le tue ultime parole e con il termine “bamboccione” …

    … chi è per tutti noi, il prototipo del “bamboccione”? Fino a dove le colpe della nascita di un “bamboccione” ricadono sui genitori, e dove sta il confine che le affida al figlio che vuole rimanere tale? Siamo certi che da tutti i commentatori vari avremo risposte molto differenti e interessanti da condividere tutti insieme …

    Un saluto

  • Nessuno è bamboccione, ma tutti possiamo agire da bamboccioni.
    E secondo me la colpa ci conviene prenderla noi, insieme alla responsabilità. Sennò non cambieremo mai…

  • Aggiungerei che nemmeno i numeri sono a favore degli under 35 visto l’andamento demografico. In un sistema democratico basato sulle maggioranze, la gran quantita’ di “vecchi” sembra essere destinata comunque a prevalere su una minoranza di “giovani”. Si, paghiamo la miopia del gruppo dirigente ma anche nostra: ma mi sfugge come si possa fare sistema insieme, travolti da immediatezze impellenti come la caccia al nuovo lavoro (precario, naturalmente). Rimboccarsi le maniche, stringere i denti e mettersi in gioco a tutto campo (lavoro e impegno politico): la vedo dura perche’ nel ’68 si era in piena esplosione (demografica ed economica) qui invece siamo in depressione economica e demografica (per non dire morale). Non siamo al “si salvi chi puo'” ma francamente poco ci manca: non mi meraviglia che si parli tanto di caste e castine. Ci manca solo la lobby dei “giovani”.

  • E’ vero, la lobby dei giovani fa ridere.
    Ma forse la più grande sconfitta del ’68 è proprio questa: che per politica giovanile s’intende quella politica, rapimenti e bombe comprese.
    Chiamiamola in un altro modo, “risveglio generzionale per competere nella globalizzazione”, ma chiamiamola. O meglio, facciamola, con l’impegno individuale e comune. Anche solo mettere a fuoco i problemi è un inizio…

    E questo perchè, come qualcuno diceva, se non ti occupi della politica, prima o poi sarà lei a occuparsi di te.

  • Leggo oggi sul Corriere della Sera un articolo di Mario Pappagallo sull’allungamento dell’età media:

    «L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) già nel 2006 ha fatto entrare l’Italia nella top ten dei Paesi più longevi al mondo. Sui 193 presi in considerazione, si è classificata al sesto posto, con una prospettiva di vita media di 80 anni e nove mesi (78 anni per gli uomini, 84 per le donne).
    Piazzati meglio, solo Giappone (82,2 anni), Monaco (81,8), San Marino (81,7), Svizzera e Australia (a pari merito, 81,4), Islanda (81). Uguale all’Italia, la Svezia. Battuti tutti gli altri.
    E oggi si può già parlare di 85 anni per un uomo e di 89 per una donna. Il che significa molti centenari. Le stime per il 2030 sono esaltanti: 93 anni per le donne, 89 per gli uomini».

    Che dire di più, insomma, a coloro che ancora considerano intoccabile l’età pensionabile…

    Per leggere tutto l’articolo, il link è questo:
    http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_01/ogni_anno_la_vita_si_allunga_di_tre_mesi_7432ef74-77e4-11dd-8626-00144f02aabc.shtml

    Un saluto al professor Martone e a tutti i frequentatori del suo blog,

    Eleonora
    http://repubblicadeglistagisti.blogspot.com/

  • “Sono le azioni che contano!I nostri pensieri per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni!sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo!”(Gandhy)….
    Basta con questo pessimismo ed ora di iniziare,ognuno con le proprie capacità,il cambiamento…..Io voglio crederci!(e ci credo!!!!)Spero che i giovani possano essere attivi, positivi e giusti!!!
    Le faccio i miei complimenti prof. per la sua professionalità e spero che il suo entusiasmo non si affievolisca mai!
    Un saluto
    Romy

  • Egregio Professore,

    ho letto con piacere ed ovvia amarezza il suo scritto, scoperto casualmente durante una ricerca in rete.

    Siamo quasi coetanei, ma contrariamente a Lei (probabilmente per Sua maggiore capacità, tuttavia diversamente da quello che è accaduto a Lei dei miei studi e del mio futuro non s’è mai preoccupato nessuno in famiglia, e credo che questo abbia giocato molto a mio sfavore nella costruzione di un futuro se non luminosissimo quantomeno dignitoso) io sto vivendo sulla mia pelle le ingiustizie e le meschinità delle quali è vittima la nostra generazione.

    Credo che le persone della nostra età con una visione lucida e coraggiosa come la Sua e che hanno raggiunto importanti traguardi professionali come Lei dovrebbero impegnarsi anche in politica: chi mai potrà tutelare la nostra generazione nei palazzi del potere, se non noi stessi? Chi li popola oggi è beneficiario dell’egoismo generazionale che Lei descrive e lo vediamo benissimo, se non ci difendiamo da soli la nostra voce non verrà ascoltata mai da nessuno.

    Ci pensi, professore; potrebbe fare molto più di quanto crede per la nostra generazione e per il nostro Paese.

  • peccato che nel suo articolo non abbia menzionato le pensioni che nel 1992 il ministro Giuliano Amato ha elargito ai parenti ultrasessantacinquenni degli extracomunitari che non hanno versato una lira di contributo; peccato che non abbia menzionato che ci sono una infinità incontrollabile di lavoratori clandestini che inviano soldi ai loro paesi e questo impoverisce l’Italia; peccato che tra le pensioni non abbia menzionato quelle dei politici che sono un vero scandalo; peccato che non abbia menzionato come le badanto siano un costo sociale sia per l’individuo che per il Paese, visto tutti i soldi che dalle casse italiane vvenna in tutto il mondo; peccato che non abbia parlato delle pensioni di reversibilità che l’Inps deve pagare vita natural durante a giovani donne che sposano anziani signori.
    Luciana Zanchini

  • inolte bisogna anche dire che col lavoro nero nero sono state comprate case che verranno lasciate ai giovani di oggi, prima dell’Europa l’Itala aveva i suoi equilibri, l’entrata in Europa non ci ha portato niente di buono, dobbiamo solo pagare anche glu europarlamentari e le tasse per restare i Europa, ecco perche 1 euro è uguale a 1.00 lire mentre ce ne costa 2.000, se avessimo avuto una classe politica, un sistema giudiziario e dei sindacati decenti non avremmo dovuto ricorrere a Mastricht come si ricorre agli arbitri o al padre per i litigi, avremmo potuto risoolvere i nostri problemi in casa nostra.

  • Bellissimo articolo,peccato che restano parole e non seguono i fatti.Peccato che i giovani siano come la bella addormentata nel bosco,aspettando chissa uno stage o un co.co.per risvegliarsi,allora capisce che forse è meglio riaddormentarsi,perche cmq vada i sette nani (i nostri politici) penseranno a vegliare su di noi.

  • Quando hai 60 anni (spesso anche meno) tutte le industrie ti considerano un esubero e fanno di tutto per cacciarti via e quasi sempre ci riescono, alla faccia dell’art. 18.
    A 60 anni sei considerato troppo vecchio per lavorare ma troppo giovane per ricevere la pensione; secondo il governo dovresti aspettare altri 10 anni.
    I politici che non hanno mai lavorato non conoscono la realtà del mondo del lavoro e neppure questo governo formato da persone molto abbienti che hanno vissuto nel confortevole ambiente ovattato dei consigli di amministrazione con prebende milionarie. Gli ex lavoratori anziani senza lavoro e senza pensione che stanno attendendo di raggiungere i requisiti anagrafici dell’attuale legge che debbono fare? morire di fame dopo aver lavorato una vita e versato una montagna di contributi?

  • Egregio Professore, mi complimento con lei per la nomina ricevuta e spero che riuscirà a dimostrare a tutti, giovani e meno giovani, che un ricambio generazionale può solo far bene a questo Paese.
    Io sono una quasi cinquantenne entrata nel mondo della Pubblica Amministrazione nel 1990 dopo essermi diplomata nel 1981 con un punteggio alto all’esame di Stato (mai riconosciuto in nessun concorso pubblico)ed essermi adoperata in mille lavori prima di trovare all’età di 28 anni il cosi detto “posto fisso”. L’aver conquistato con fatica e senza raccomandazioni il lavoro attuale mi ha permesso di apprezzare ogni giorno ciò che svolgo anche se negli ultimi anni vi è stata una vera e propria denigrazione di tutto ciò che è lavoro pubblico. Come vede la conquista di un lavoro non è mai stata facile neanche per le generazioni precedenti alle vostre e che stanno in una via di mezzo tra la vostra generazione e quella dei vostri nonni che, probabilmente riscattandosi dal dopoguerra, hanno veramente goduto del boom economico e presi da un egoismo sfrenato si sono dimenticati dei loro figli e nipoti aiutati da una classe politica che, cercando il solo e semplice consenso, ha contribuito a distribuire privilegi spesso assurdi. Ora bisogna rimettere in equilibrio ciò che per decenni non è stato fatto.
    Le pensioni, secondo il mio semplice parere,dovrebbero essere viste come il giusto indennizzo derivato dall’attività lavorativa operata per se stessi ma anche per il PIL del proprio Paese che deve riconoscere a tutti i cittadini un vitalizio dopo 40 anni di lavoro o un’età di 65 anni equo a permettere una vita dignitosa a tutti, perciò stabilendo un importo minimo ed uno massimo indifferentemente da quanti contributi versati. Mi chiarisco: vede, signor Professore, durante un’attività lavorativa vi sono persone che versano minor contributi a causa di molteplici fattori e chi più fortunato che versa molti più contributi o per il tipo di attività molto remunerativa svolta o per altri fattori. Quest’ultimi generalmente riescono, durante la loro attività, a costruirsi una vita agiata e spesso ricca che permetterà loro di essere delle persone anziane benestanti i quali non necessitano di un vitalizio dallo Stato (detto pensione) superiore ad una certa soglia. Il vitalizio post attività lavorativa dovrebbe essere equilibrato per esempio tra una fascia d 1200 euro minima e una massima di 3000 euro permettendo una vita a tutti dignitosa con un bilanciamento tra le minori e maggiori entrate contributive effettuate durante l’attività lavorativa, rispettando un patto tra generazioni di giovani e meno giovani e tra ricchi e meno ricchi e per la giusta regola sociale di chi ha di più versa di più per avere uno Stato con minor disparità.
    Professore, spero che questa non rimarrà solo una mia utopia ma che lei rivesti il nuovo che avanza e che pensi a ridare equità sociale a questo Paese troppo preso da egoismi che però o cambia o si sfascia.
    Buon lavoro!

  • le legerazioni del passato hann opreso buone-ottime pensioni, hanno osservato gli errori dell apolitica continuandoa votare quelle persone che hanno governato il paese…ora chiedono alla nuova generazione di arrangiarsi….questa è la verità….che vergogna!

  • ebbene si’ lo confesso sono un laido pensionato di anzianita’ un losco figuro che da quando ha 17 anni per necessita’ ha dovuto iscriversi alla famigerata banda dei metalmeccanici che dal dopoguerra imperversa in Italia approffittando in maniera sistematica di tutti gli aumenti di tasse e balzelli vari, varati dalle leggi finaziarie di destra e sinistra , ma la mia perfidia non si limita a questo perche’ sembrera ‘ incredibile ma sia io che tutta la mia famiglia hanno sempre pagato le tasse fino all’ultima lira\euro. Ma veniamo all’oggetto di questa mia missiva , ho letto il suo articolo e devo ammettere Lei e’ sicuramente un “ENFANT PRODIGE’ , quindi essendo io una sottospecie di cittadino lavoratore mi guardero’ bene dal cercare giustificazioni di carattere personale sul quanto mi si prospetta con la nuova riforma pensionistica , mi limito a fare (ovviamente da ignorante in materia) , a differenza di lei depositario di master ed incarichi , che vivo in fabbrica da 39 anni , a differenza di lei che avra’ visitato fabbriche in occasione di appositi open house , una previsione .
    Considerate le previsisioni di crescita attuali tra 5 anni in molti paesi europei, in primis in Italia ,si porra’ la necessita’ di rivedere la riforma pensionistica per consentire ai giovani di trovare lavoro , posso garantirvi che non esiste incentivo che possa convincere una azienda ad assumere giovani se non in presenza di posti che si liberano e in molto casi il posto che si e’ liberato viene accorpato in altre funzioni lavorando sulla efficenza e sulla tanto declamata produttivita’ ( che come lei ben sa significa fare lo stesso lavoro con meno persone) concludendo a parte i figli di papa’ per gli altri giovani si prospettano anni molto duri . ci risentiamo tra qualche anno dopo che avremo smaltito questa sbornia riformista .
    PS
    DIFFIDO TUTTI DAL DEFINIRMI “PRIVILEGIATO” NUOVO LEIT MOTIV BIPARTISAN CHE IMPAZZA IN TUTTI I TALK SHOW
    auguri ai giovani

  • ” ci sono 3.500-0000 di pubblici dipendenti, nessun posto fisso per i giovani, assunzioni bloccate da oltre dieci anni e solo l’8% di questi dipendenti pubblici è giovane ecc. ecc “.
    Egr. Professor Martone, considerata la sua giovane età e quanto da lei scritto in questo articolo, voglio credere che lei ed il governo attuale che tanto ci tiene a parlare di giustizia sociale e di cui Lei è un membro, saprà comprendere quanto possa essere importante nell’attuale crisi decidersi in merito alle “separazione delle carriere”. Tema delicato,tropi interessi e troppi interessati. Voglio credere che molti di quei 3,5milioni di posti verranno liberati a favore dei giovani in attesa di occupazione, dai tanti attuali dip.pubblici (medici,prof.universitari,avvocati ecc ecc)che oggi possono permettersi di percepire un reddito dallo stato come dal privato e con molta probabilità, a discapito del primo. Cominciamo ad agire se ne abbiamo la facoltà perchè non c’è più tempo. Un caro saluto e davvero molti,molti complimenti per il suo nuovo incarico, da lei ci aspettiamo molto

  • Ma talora i privilegi dei padri si trasmettono ai figli, e pagano gli altri, no?