Una debolezza chiamata radicalismo

Articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore di di venerdì 31 dicembre 2010

Secondo i sindacati che si definiscono riformisti, l’accordo di Pomigliano e poi quello di Mirafiori aprono una nuova stagione di modernizzazione delle relazioni industriali. Secondo la Fiom, sono invece “antisindacali” e “antidemocratici” perché mettono a repentaglio, con i diritti dei lavoratori, la libertà sindacale. E, per questo, ha appena proclamato uno sciopero generale di 8 ore per il 28 gennaio.

Ora, tra i punti più controversi degli accordi ce n’è uno che riguarda proprio la disciplina dello sciopero e che consente di comprendere meglio le ragioni che sono alla base delle profonde divisioni che ormai segnano il mondo sindacale. Ed è quello relativo alle cd. clausole di responsabilità. Ovvero di quelle clausole che sanciscono il principio della tregua sindacale in base al quale i sindacati che sottoscrivono un contratto collettivo s’impegnano, per tutto il periodo di vigenza, a non scioperare sulle materie oggetto dell’accordo.

La Fiat lo considera un punto qualificante, perché l’azienda deve competere su scala globale e vuole evitare che gli stabilimenti italiani rimangano ostaggio della cosiddetta conflittualità “permanente”. In altri termini vuole essere sicura che, una volta raggiunto l’accordo su determinate materie, questo non venga rimesso in discussione da scioperi che costringano l’azienda a riaprire ogni volta le trattative.

La Cisl, la Uil e gli altri sindacati di tradizione partecipativa lo hanno accettato di buon grado, perché la loro principale preoccupazione è che la Fiat faccia gli investimenti necessari al rilancio degli stabilimenti. E quindi sono pronti a rinunciare agli scioperi sulle materie oggetto dell’accordo in cambio di nuovi investimenti e posti di lavoro a Mirafiori e Pomigliano.

La Fiom, invece, facendosi interprete di un sindacalismo più radicale, considera queste clausole “vergognose” e “antisindacali” perché, per tutto il periodo di vigenza dell’accordo, «imbrigliano il sindacato in un sistema di sanzioni» dal carattere incostituzionale. E per questo ha deciso di non sottoscrivere l’accordo, di rinunciare alla rappresentanza sindacale aziendale nella newco e già preannuncia una nuova ondata di scioperi. Insomma, per non farsi “imbrigliare” da un sistema di sanzioni che è stato accettato da tutti gli altri sindacati, preferisce rimanere fuori dai cancelli degli stabilimenti. Lontano dai lavoratori.

Si tratta di una posizione radicale che difficilmente potrà essere compresa da quei lavoratori, che presto saranno chiamati a un altro referendum. Anzitutto, perché riguarda dinamiche prettamente sindacali che hanno ben poco a che vedere con i loro diritti. In secondo luogo, perché l’articolo 40 della Costituzione, è bene ricordarlo, già prevede che «lo sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano» e le clausole di tregua sindacale, che vantano una lunga tradizione anche nel nostro sistema di relazioni industriali, hanno una durata limitata nel tempo e riguardano solamente le materie oggetto di accordo.

Infine, perché così facendo la Fiom indebolisce il fronte sindacale, si allontana ulteriormente da tutti gli altri sindacati, e forse anche dalla Cgil, e rischia di rimanere esclusa dal processo di riforma della democrazia sindacale che è stato appena avviato. D’altra parte, come sanno anche i dirigenti della Fiom, queste clausole sono largamente diffuse anche negli altri sistemi di relazioni industriali, a cominciare da quello tedesco. Ed è bene che, sulla scorta di quell’esperienza, anche il sindacato italiano si assuma la responsabilità di ciò che firma, di fronte ai propri iscritti come alle aziende.

Nell’epoca globale, l’obiettivo del sindacato non più può essere quello di manifestare a oltranza fuori dalle aziende per ragioni di principio, ma deve essere quello di contrattare per ricercare all’interno degli stabilimenti punti d’incontro che coniughino le esigenze competitive delle imprese con le necessità dei lavoratori. Come insegnano gli storici, di fronte alla crisi economica i lavoratori non hanno bisogno di scioperi, ma d’investimenti che assicurino la creazione di nuovi posti di lavoro, possibilmente stabili e meglio pagati. Come appunto prevedono gli accordi di Pomigliano e Mirafiori.

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