Una difficile transazione: il sistema di relazioni industriali al bivio

Pubblico di seguito la sintesi della relazione presentata al convegno UIL – Fondazione Craxi dedicato alle relazioni industriali del 29 settembre 2010.

Il compito è tutt’altro che facile perché il dibattito è stato ricco e ha spaziato dai grandi temi globali ai problemi del nostro sistema di relazioni industriali.

Mi limiterò, dunque, a formulare alcune considerazioni. La prima è che  questa crisi, che sta creando tanti problemi al nostro Paese, almeno un pregio l’ha avuto: stiamo ricominciando a parlare di lavoro, di relazioni industriali, di produttività, stiamo cioè tornando a parlare dei temi che hanno fatto la grandezza del nostro sistema industriale, che resta il secondo Paese dell’Unione Europea per manifattura.E per questo trovo molto interessante la suggestione di Stefano Parisi  che ha ricordato a tutti  noi che siamo dei lavoratori, ma che siamo   anche cittadini e abbiamo tanti ruoli. E non a caso un bellissimo libro di Reich, che è stato consigliere di Clinton, qualche anno fa denunciava che  in America l’uomo consumatore sta divorando l’uomo lavoratore.

Perché, tutto sommato, nel decennio di sviluppo che è preceduto, abbiamo cominciato a parlare solamente di bond, di future, di credit e wap, e abbiamo perso il coraggio e l’interesse a parlare  dei problemi del lavoro di tutti i giorni. In questo, la crisi ha avuto un ruolo fondamentale perché siamo tornati a guardarci per quello che siamo.

Allora, però, ci dobbiamo confrontare con un sistema che, come descriveva Gianni De Michelis, è profondamente cambiato, perché mentre  ci dividevamo tra vecchie parole d’ordine, tra vecchio e nuovo sindacalismo, tra vecchie e nuove concezioni dell’impresa, nel frattempo il mondo cambiava in maniera drammatica e ovunque si diffondeva l’idea e la consapevolezza  che lo Stato non poteva più essere la risposta ai nostri problemi.

È inutile, infatti, continuare a dire che il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione è così importante, perché quando assegna allo Stato il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona, quell’articolo ci racconta qualcosa che non può più essere, perché appunto, ce lo ricordava Gianni De Michelis, purtroppo abbiamo il terzo debito pubblico del mondo e mancano le risorse.

Ed è per questo che  stiamo traghettando, come diceva Pirani, il nostro sistema di relazioni industriali dal vecchio al nuovo. E l’occasione – è inutile dirlo, Palombella ne è protagonista e lo vive sulla sua pelle – e il simbolo di questo straordinario cambiamento che, tutto sommato, tutte le categorie stanno seguendo, diventa  la clausola dell’opting out, cioè l’idea e la possibilità che la contrattazione collettiva di secondo livello deroghi a quella di primo livello.

In questo convegno, oggi, è emersa questa consapevolezza tra tutti. Io vorrei però dire che ci abbiamo messo almeno 17 anni, perché un grande socialista come Gino Giugni già nel 1993 aveva chiaro che la contrattazione collettiva di secondo livello doveva decollare. Questo non è accaduto. Le retribuzioni, infatti, si sono andate a stagliare su un sistema ugualitarista, che non può più rispondere alle sfide che oggi  sono davanti agli occhi di tutti noi, ma che già negli anni novanta erano ben presenti perché la globalizzazione era cominciata a quell’epoca, non oggi.

Voi oggi –  ce l’hanno ricordato Ceccardi e Palombella – avrete una riunione che avrà un’importanza fondamentale, anche perché cercherete di procedimentalizzare la clausola dell’opting out.

Parisi ha detto una cosa giusta. I media hanno raccontato una storia diversa da quella che era nella trattativa di Pomigliano; diversa perché hanno fatto sembrare che a Pomigliano si stesse solo ed unicamente mettendo in discussione i diritti dei lavoratori.

Lì a Pomigliano, la Fiat parlava di nuovi investimenti e il sindacato, di colpo, ha recuperato una funzione fondamentale: quella di vigilare che questi nuovi investimenti vengano effettivamente fatti, di vigilare sul fatto che il progetto fabbrica Italia sia qualcosa di reale e concreto; di vigilare che, dopo un accordo con cui i lavoratori rinunciano ad alcuni diritti fondamentali,  poi effettivamente ci siano quegli investimenti che sono stati promessi.

Di vigilare, inoltre, come ci ha detto Brunetto Boco, sul fatto che le crisi aziendali effettivamente non culminino nei licenziamenti collettivi e che magari, a fronte del sacrificio di alcuni lavoratori a tempo indeterminato sui turni, si possa trovare  una buona occupazione per le nuove generazioni.

Del resto è questa una delle grandi sfide in tema della precarietà, che è centrale: la possibilità, a fronte di alcune rinunce da parte di lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato,  di offrire un buon contratto ad un giovane che possa dargli un futuro.

Quando ho avuto occasione di parlare con i direttori del personale di alcune delle più grandi aziende italiane, ho riscontrato una considerazione comune. Anche per le imprese il contratto a termine è un problema, perché un tempo selezionavano i migliori, li mettevano nelle aziende e davano loro il tempo di crescere curandone la formazione. Oggi, invece, il sistema li ha messi nella condizione di fare queste formazioni frastagliate.

Questo, però, è accaduto perché non si è riusciti a ridurre i diritti per via legislativa. E io credo che dietro l’idea del Ministro del Lavoro di big society, ci sia anche l’intuizione secondo cui intervenire per flessibilizzare per via legislativa interi sistemi di tutele per intere generazioni è un’operazione che porta a un conflitto sociale straordinario. Ed è un’operazione troppo traumatica perché molto spesso il legislatore, a livello nazionale non può avere la consapevolezza di quale sia la disciplina che serve a livello invece territoriale.

Diversa è, invece, la sensibilità dei sindacati che stanno nelle aziende e sul territorio, che conoscono la normativa che  consente di trincerarsi dietro anomali assenteismi  – faccio un esempio che riguarda Pomigliano – , che quindi, non va a toccare chi lavora tutti i giorni, ma che, però, crea problemi di produttività.

E che conoscono quali sono i diritti irrinunciabili, che, peraltro, non sono solo quelli previsti dal contratto collettivo nazionale, perché, in definitiva, il contratto collettivo nazionale, benché resti fondamentale, è stato una straordinaria difesa dei diritti dei lavoratori, ma in un’epoca che era diversa.

E allora, velocemente arrivo alle conclusioni. Quello che a me è piaciuto moltissimo è stato il riferimento che hanno fatto Parisi e Di Cola nel settore delle telecomunicazioni all’importanza di valutare e di monitorare.

Con il terzo debito pubblico del mondo, l’unico modo che abbiamo di contrastare la concorrenza dei cinesi, degli indiani e di tutti gli altri, come ci diceva De Michelis, è partire dai nostri problemi, ma soprattutto cominciare a conoscerli.

Nel mercato del lavoro, si parla da vent’anni di asimmetrie informative tra domanda e offerta di lavoro, ma sistemi di rilevazione fatti bene non ne abbiamo. Abbiamo tanti libri su ciò che serve in maniera astratta, ma un sistema che promuova effettivamente quell’incontro, lo stiamo costruendo faticosamente. E, inoltre, manca proprio chi studia quei dati tanto e vero che, alla fine, come diceva Oca, finiamo sempre per citare quelli del Sole 24 Ore.

Proprio perché spesso non abbiamo conoscenza dei problemi,  dei dati e ci rifugiamo nelle ideologie – come ancora oggi un grande sindacato sta facendo nell’epoca del post, post, post, post fordismo – continuano a sembrare delle bestemmie (ce lo diceva Palombella) parole come merito, partecipazione, sussidiarietà, produttività, mercato.

Ora, sinceramente, ritengo, parlando anche a nome della mia generazione, che se sotto la lente delle ideologie queste parole sembrano bestemmie, da quella di chi è chiamato per i prossimi quarant’anni a competere in uno scenario globale, esse sembrano l’unica ancora di salvezza per farcela.

E credo che il merito della UIL sia quello di portare avanti una gloriosa tradizione che, come ci ricordava Stefania Craxi, se negli anni ottanta affrontava con coraggio i problemi dell’inflazione, oggi deve affrontare la concorrenza di tanti lavoratori cinesi che sono pronti a competere per avere semplicemente un tenore di vita simile al nostro. Grazie.

Commenti


  • Allora a questo siamo arrivati: a teorizzare la svendita dei diritti in cambio di un piano industriale che stia in piedi! Ma un piano industriale che stia in piedi non è prima di tutto interesse dell’impresa? Rinunciare ai propri diritti per un piatto di lenticchie non è un buon servizio reso alle nuove generazioni che si ritroveranno orfane di una legislazione del lavoro conquistata in decenni di lotte e da diversi anni in fase di erosione grazie anche a brillanti giuslavoristi, che sarannno anche più o meno giovani, ma sicuramente sanno da quale parte del conflitto sociale stare…
    La contrattazione di secondo livello non serve a “derogare” la contrattazione nazionale, ma ad integrarla in senso migliorativo. Si scrive derogare, ma si legge annichilire. Significa dividere i lavoratore, annullare la forza dell’azione collettiva di intere categorie e ripristinare rapporti di forza favorevoli all’impresa. Vergogna!

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