Verso uno statuto dei lavori?

Il nostro diritto del lavoro ha un disperato bisogno di una riforma degli ammortizzatori sociali che riconosca tutele e diritti anche ai lavoratori a tempo determinato, per evitare che la flessibilità si trasformi in precarietà. Marco Biagi lo sapeva bene e per questo, fin dal 1996, aveva elaborato una Bozza di Statuto dei lavori. Da allora sono passati dodici anni, Marco Biagi non c’è più e la sua proposta è rimasta nel cassetto. In compenso è arrivata una devastante crisi  economica che oggi colpisce anzitutto quei lavoratori che Biagi voleva tutelare. Ora il Governo deve reagire, perchè non comincia dallo Statuto?

Commenti


  • MM, e se la soluzione fosse invece nell’applicazione di nuove teorie – come il ROWE – che esulano da concetti come questo?

  • Che un cambiamento radicale sia necessario è chiaro come il sole.Tuttavia il ROWE non mi sembra una soluzione efficiente per i nostri problemi:la completa autonomia che si cela dietro la sigla mi puzza di qualcosa di estremo e poco attuabile,almeno per il nostro caso.Piuttosto,secondo me,si dovrebbe ricercare quel punto di sutura tra diritti dei lavoratori e produttività dei datori di lavoro.lo scontro da sempre,insomma,imperversa in tutto il mondo.Oggi più che mai però,mi pare necessaria una presa di posizione drastica e forse una Carta di Diritto del Lavoro potrebbe rivelarsi una giusta soluzione.Ora per quanto il compiantissimo Biagi si fosse impegnato nella costituzione di un nuovo statuto,la legge del 2003 a lui dedicata,tutto mi sembra tranne che risolutiva.Ricordiamoci infatti che è da qui che è partito il piano del contratto a progetto(che per altro doveva rappresentare la versione buona delle CO.CO.CO):un’idea ingegnosa che in un colpo solo ha aumentato la precarietà ed incentivato l’evasione fiscale.Se un nuovo statuto dei lavoratori risolvesse anche solo parte dei problemi che si abbattono sull’Italia che ben venga,io però mi chiedo,siamo oggi in grado di metterci a tavolino a scrivere su un foglio di diritti e doveri?Abbiamo dei rappresentanti politici in grado di assicurarci il successo di un tale documento?Non è che poi si finirebbe per elemosinare per un progetto(per altro che vedrebbe la luce probabilmente tra 5-6 governi)per poi scatenare il caos per chiedere di modificarne il testo radicalmente o di abrogarlo del tutto??

  • da profana in materia,quale sono,ignoravo il significato della parola “ROWE” ed ero bell’e pronta per chiedere spiegazioni a flessibili e precari…poi,bando alla pigrizia,ho fatto da me ed ho cercato su internet….x quel che ho capito si tratta di una nuovissima e rivoluzionaria strategia di lavoro,rigorosamente made in Usa, che prevede una sorta di autogestione dell’attività lavorativa da parte dei dipendenti che stabilirebbero autonomamente orari e durata del lavoro a vantaggio di una maggiore flessibilità e della possibilità di gestire meglio il tempo libero e l’impiego….la retribuzione poi si stabilisce in funzione della produttività e dell’impegno di ciascuno….certo,in valore assoluto un’ottima idea…lavoratori meno frustrati,meno vincolati,meno stressati(ad avere i capelli bianchi ci sarebbero gli imprenditori una buona volta!!!!!),meno alienati dal lavoro,magari anche più produttivi ed efficienti… ma…in italia saremmo pronti ad un cambiamento così drastico e radicale???una teoria del genere sarebbe effettivamente attuabile o rischia di essere più che altro un progetto utopistico???in che modo supervisionare e controllare poi i dipendenti di un’impresa???non si creerebbe troppo disordine nel sistema???e,concretamente,quali i meccanismi in cui si articolerebbe questo nuovo modello di gestione???
    ancora una domanda…lo statuto dei lavori sarebbe una sorta di statuto dei lavoratori adattato all’oggi sin troppo diffusa categoria di lavoratori a tempo determinato,nonchè famigerati precari????

  • @Maria Laura
    hai abbastanza capito cosa sia il ROWE a grandi linee.
    Sulle tue domande:
    – in italia siamo pronti per il ROWE? In generale no, e noi diciamo “purtroppo”. Quasi tutte le aziende che conosciamo che lo applicano in maniera corretta, non sono molte ancora, stanno avendo degli ottimi riscontri.
    – una teoria del genere è applicabile o utopistica? E’ applicabile, e molti in molti paesi già la applicano. Basta parlarne direttamente con le autrici, 2 persone tra l’altro molto disponibili e aperte al confronto.
    – sistema disordinato? Si può dire di no, anzi: il naturale ordinamento delle cose è l’ordine migliore che esiste, basta guardare la Natura e il nostro amato Pianeta. Questi sono spunti da prendere, imporre concetti innaturali nel mondo di oggi inizia a perdere di senso.
    – come si articolerebbe il nuovo sistema di gestione? Su questo non possiamo dare una risposta “immediata”, semplicemente perchè dovremmo scrivere un poema, di cose da dire ce ne sono così tante … è certamente a nostro parere la migliore idea esistente oggi di nostra conoscenza utile per sistemare molti problemi del mondo del lavoro.

    @FedericaMM
    che il ROWE sia un cambiamento radicale non ci sono dubbi. Ma come tutte le cose, va applicata nei casi e nei modi giusti e adatti a questa.
    Il concetto della completa autonomia è comunque l’unica vera strada per liberare ciò che fa la differenza sempre e comunque nel lavoro, e cioè IL TEMPO E IL SUO CORRETTO UTILIZZO.
    Non crediamo e mai crederemo a Carte Scritte, Documenti, Statuti e a tutto ciò che imbriglia la vita umana e lavorativa delle persone, che le deprime, che gli fa perdere stimoli e competitività.
    Oggi non serve disquisire, o meglio: serve disquisire su concetti pratici, non su regole.
    I regolamenti andrebbero tolti, non aggiunti, ne abbiamo fin troppi che danneggiano i lavoratori di ogni genere e tipologia.

    Ci si permetta una parola sul contratto a progetto, quello che ha permesso cioè l’assunzione nel nostro paese di decine-centinaia di migliaia di lavoratori che altrimenti ora sarebbero ancora cercare lavoro.
    Il contratto a progetto non è nulla di perfetto. E’ qualcosa di migliorabile, come tutte le cose.
    Ma il contratto a progetto non porta, ne mai porterà precarietà.
    Esso è solo l’espressione del mondo del lavoro a nostri tempi.
    Non si deve rimpiangere un passato remoto che non può e non deve tornare.
    La precarietà è nella testa di chi accetta contratti irregolari, e nella testa di chi ne propone. La precarietà è in docenti che insegnano cose non utili, oppure che portano avanti insieme a politicanti – o presunti tali – di destra e di sinistra – concetti e visioni antiquate del mercato del lavoro, creando nella mente di molti ragazzi visioni che non hanno alcun tipo di corrispondenza nella realtà oggettiva.
    Si sta poi in maniera un po paradossale traducendo il concetto di “minor oneri sulle imprese e sui lavoratori legati ad un costo del lavoro più basso per imprese e lavoratori” in “evasione fiscale”.
    Andiamoci piano prima di fare certe affermazioni, se non si vuole rischiare di sembrare poco esperti della materia.

    Un saluto

  • un grazie dovuto a flessibili e precari per la disponibilità nel rispondere alle mie domande!! 🙂 non pensavo il modello fosse già stato sperimentato,credevo fosse ancora un progetto in cantiere….l’avevo detto di essere ignorante in materia!!!…d’altronde però non è che sia stata fatta tutta questa pubblicità alla cosa…ed io che m chiedevo se l’italia fosse pronta ad un tale cambiamento…come potrebbe se nemmeno se ne parla??!!qualcuno direbbe…e che v’o dico a fà??!!!….vabbè…speriamo almeno una volta ci si smentisca!!!

  • @Maria Laura
    Certamente puoi trovare informazioni migliori sulla cosa nel libro uscito in italiano da pochi mesi:

    “Ressler Cali; Thompson Jody – Perché il lavoro fa schifo e come migliorarlo”

    pieno di testimonianze utili a capire come il tutto funziona nei dettagli.

    Link:
    http://www.wuz.it/recensione-libro/2481/perch-lavoro-schifo-cali-ressler-jody-thompson.html

    Ultimo appunto: in questo paese – purtroppo – si tende a pubblicizzare chi si lamenta, e non chi trova soluzioni.

  • Per quanto ne so io,il contratto a progetto ha incrementato realmente l’evasione fiscale,pochè le aziende nn solo versavano minori contributi e in più,ovviamente,i precari ottenevano un accantonamento pensionistico inferiore ai loro colleghi con contratti tipici,ma se non ricordo male,la percentuale nazionale dell’elusione fiscale era realmente cresciuta immediatamente dopo l’entrata in vigore della legge Biagi.Non credo sinceramente di aver detto una stupidaggine,forse ho solo generalizzato il concetto.

  • @FedericaMM
    onestamente Federica qui tu dici molte parole che tra loro sono davvero poco legate.

    Evasione fiscale, elusione fiscale, flessibilitò, precarietà …

    Allora alcune pillole …

    – è vero: la % di incidenza pensionistica accantonata per un lavoratore atipico è di un vecchio lavoratore co.co.co., ed ha decisamente maggiori tutele rispetto a questo.

    Un saluto.

  • purtroppo si è salvato male l’intervento che era abbastanza lungo, riassumiamo il concetto in 2 parole che il sonno chiama:

    – evasione fiscale non è legata direttamente alla legge biagi. Evasione fiscale è evasione fiscale. Legge Biagi è utilizzo di contratti di lavoro atipico – dove questo è possibile farlo logicamente – che costano di meno e sono alle volte + adatti ad alcune tipologie di lavoro rispetto ai contratti di lavoro dipendente.

    – La legge biagi è una legge dello stato, e per questo non genera evasione, genera solo flessibilità nel lavoro.

    – Come macroconcetto: le leggi non generano mai evasione, sono gli usi e le interpretazione che di queste danno taluni soggetti che possono generare problematiche.
    La legge biagi, se correttamente interpretata e applicata, è davvero una ottima legge a livello lavorativo.

    Un saluto

  • Verso il nuovo statuto dei lavori “Liberare il lavoro per liberare i lavori”. Viviamo in un momento storico caratterizzato dall’incertezza e della discontinuità. Oggi i lavori sono “tanti” ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica. Confronto di discussione, che servirà a formulare ipotesi condivise di riforma del settore, mirando alla ripresa e a “produrre lavori di qualità”, non dimenticando mai l’obbiettivo primario quella che io chiamo “antropologia positiva” che vuol dire innanzitutto avere fiducia nella persona e nelle sue proiezioni relazionali, dalla famiglia alle imprese ai corpi intermedi, e nella sua attitudine a potenziare l’autonomia capacità dell’altro. L’esatto opposto di quell’antropologia non evoluta ex comunisti e, quindi, sulla malafidenza verso le persone che non la pensano come loro. Ereditiamo da loro uno stato pesante e invasivo che conosciamo e che vogliamo cambiare. La prima è quella relativa alla promozione del valore, anche economico, della vita dal concepimento alla morte naturale. Il riconoscimento, anche enpirico, della ricchezza e dell’unicità della persona consente di individuarne l’attitudine alla socialità. E ciò conduce ad assegnare alla famiglia e a tutti i corpi intermedi il giusto rilievo per la coesione della società. Ciò comporta la realizzazione diffusa della pratica del principio di sussidiarietà secondo il quale lo Stato, le amministrazioni pubbliche centrali e locali, operano per sollecitare il libero gioco delle aggregazioni sociali. E ancor più nelle nuove condizioni prodotte dalla crisi, la crescita deve essere sostenuta non tanto dalla leva della spesa pubblica quanto dalla vitalità delle persone, delle famiglie, delle imprese, e delle forme associative. Si tratta insomma, di stimolare una sorta di rivoluzione nella tradizione quale risultato di comportamenti istituzionali, politici e sociali coerenti con la visione di “meno Stato, più società”. E’ comunque la collaborazione tra governo e popolo, tra istituzioni e corpi intermedi, la fonte fondamentale dello sviluppo economico e civile del Paese. Liberare il lavoro significa esattamente liberare i lavori. Vale a dire, incoraggiare nelle imprese l’attidudine ad assumere e a produrre lavori di qualità. A cogliere ogni opportunità di crescita, ancorchè incerta. A realizzare attraverso il metodo della sussidiarietà orizzontale e verticale, e quindi il flessibile incontro tra le parti sociali nei luoghi più prossimi ai rapporti di lavoro, le condizioni per more jobs, better jobs. Il mio sogno che si arrivi presto ai fini del passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, è capire l’idea ispiratrice. Vorrei che rivivesse lo Statuto dei lavoratori nella realtà che cambia. Una parte del nuovo Statuto, attinente ai diritti fondamentali della persona e del lavoro, deve restare ferma come norma inderogabile di Legge. UN’altra parte, attraverso la contrattazione collettiva, si adeguerà meglio alle diverse condizioni e situazioni, così da rendere più efficaci quelle tutele. Il vecchio Statuto, che pure quarant’anni fa il nostro Paese la visse come una grande conquista, è stato costruito per un’Italia che oggi non c’è più e per un’ economia fordista, della grande fabbrica e delle produzioni seriali. Oggi i lavori sono “tanti” ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica.Quell’accordo rappresenta senza dubbio unam svolta, come a suo tempo avvenne per la scala mobile. Il referendum di giugno 2010, e quello di gennaio 2011, così come quello per l’accordo di S.Valentino del 1985, ha chiesto ai lavoratori di dare il proprio consenso a scelte difficili. E anche questa volta i lavoratori hanno scelto con lungimiranza. E segna una svolta nel metodo più che nei contenuti, che dipendono in larga misura dalle singole realtà aziendali locali. Ma il caso dei due referendum sono innovativi nel metodo e resterà come pietra miliare nelle relazioni industriali. Meno Stato più società. Come diceva il Prof. Marco Biagi, “ non c’è incentivo finanziario che possa compensare un disincentivo regolatorio da norme o da contratti”. Solo i lavoratori e le loro Organizzazioni possono determinare quella produttività che garantisce il ritorno dell’investimento.
    Celso Vassalini.
    Brescia gennaio 2011.

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